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There’s a riot goin’ on.
Estudiantes – Manchester United, 1968

Quattro finali di Coppa Intercontinentale (II)

È il 1968. Il mondo è scosso da tumulti vari tanto che l’anno diventerà un simbolo, un modo di dire – almeno dalle nostre parti. Altrettanto tumultuosa è la finale di Coppa Intercontinentale tra gli argentini dell’Estudiantes e gli inglesi del Manchester United.

UNA COPPA FIGLIA DI NESSUNO

Alcune indicazioni sulla genesi della Coppa Intercontinentale possono aiutare a comprenderne l’approccio di chi è chiamato a disputarla. Il trofeo è fortemente voluto da Santiago Bernabeu, patron del grande Real Madrid. All’inizio degli anni sessanta i blancos hanno appena messo in bacheca cinque Coppe dei Campioni su cinque edizioni sinora disputate. Sono pertanto alla ricerca di un palcoscenico più ampio sul quale mostrare il proprio valore. La nascita di una sorta di Coppa del Mondo per club diventa quindi il naturale obiettivo. La UEFA appoggia l’idea di Bernabeu; lo stesso vale per la federazione calcistica sudamericana, il COMENBOL. Ma la FIFA, evidentemente contrariata dal mancato controllo sull’evento, nega il suo patrocinio. Non accorda inoltre l’utilizzo del titolo di Coppa del Mondo per club, avanzando come pretesto l’assenza delle altre federazioni continentali diverse da quella europea e da quella sudamericana.

Fonte: tuttomilan.net

La Coppa Intercontinentale – fonte tuttomilan.net

La competizione nasce quindi come un semplice incontro fra due club, e come tale la FIFA non può vietarlo. In palio c’è questo trofeo che viene definito Coppa Intercontinentale. La prima sfida avviene nel 1960. La coppa è del Real che si impone sul Penarol, campione del Sudamerica – la prima edizione della Libertadores è proprio di quell’anno. La Coppa Intercontinentale quindi è una competizione non ufficiale, senza regole precise (spesso modificate anno per anno) e priva di contatti con il resto della stagione regolare. Ad esempio, le squalifiche ricevute nel corso di altre partite, di solito, non hanno effetto nell’Intercontinentale. E pertanto, le sanzioni dell’Intercontinentale non hanno ulteriori conseguenze. Il fair play non paga. Lasciate senza controllo, le gare presto degenerano nelle continue risse che segnano la fine del decennio.

IL GRANDE ESTUDIANTES DI ZUBELDIA

A metà degli anni sessanta l’Estudiantes di La Plata, sobborgo di Buenos Aires non lontano dall’Atlantico, era una formazione con una discreta storia ed un palmares abbastanza scarso, composto da un solo titolo, conseguito nel lontano 1913. In quegli anni, però, inzia a formarsi una notevole formazione giovanile nell’Estudiantes, guidata da Miguel Ignomiriello. Viene definita la Tercera que mata, le Giovanili che ammazzano. Di buon auspicio. Da quella primavera verranno fuori alcuni pilastri della futura squadra in grado di imporsi a livello mondiale: Carlos Pachame; Eduardo Flores; Oscar Malbernat. Inoltre, il talento migliore fra tutti, Juan Ramon Veron, (proprio il padre di Juan Sebastian). Il tecnico che lancerà questi giovani in prima squadra, l’autentico artefice delle fortune del grande Estudiantes, si chiama Osvaldo Zubeldia.

Osvaldo Zubeldia - fonte libertaddigital.com

Osvaldo Zubeldia – fonte libertaddigital.com

Zubeldia porta all’Estudiantes una visione moderna del gioco e rivoluzionaria in quegli anni e in quel contesto. Impone allenamenti metodici e un’attenta preparazione degli incontri, basata sulla valutazione dell’avversario. Antepone la tattica al talento, una bestemmia per i puristi del gioco, in Argentina. Ha scritto un libro che dal titolo pare un manuale militare, o di guerriglia, Táctica y estrategia del fútbol, apprezzato ancora oggi. Analizza le regole del gioco, le diffonde fra i giocatori e li invita a sfruttarle a proprio vantaggio (qui un’interessante documentario che racconta quell’esperienza).

Organizzazione, compattezza, spirito di squadra diventano i marchi di fabbrica dell’Estudiantes. Zubeldia predica l’uso del pressing e mostra un’interpretazione innovativa del fuorigioco, in netto anticipo sui tempi. Diventa però, suo malgrado, sinonimo di anti-futbol, e non soltanto per questioni di carattere tattico-calcistico. La squadra platense è accusata di impostare le partite esclusivamente in funzione della rottura del gioco avversario. Questo difficilmente si può negare. Una sorta di catenaccio argentino, volendo semplificare. D’altra parte, pare che Rinus Michels lo abbia definito addirittura come l’inventore del calcio totale, e anche questa ha un suo fondo di verità. Vai un po’ a capire.

La formazione dell’Estudiantes di Zubeldia è un 4-3-3. Non ci sono particolari fuoriclasse, tranne forse Veron. Bilardo è la mente della squadra e gestisce il gioco, un calciatore intelligente quanto astuto, per alcuni tendente al maligno. Sarà il tecnico dell’Argentina campione nel mondo nel 1986 e sfiorerà un incredibile bis quattro anni dopo. Ecco l’Estudiantes in campo nelle due finali:

Zubeldia arriva a La Plata nel 1965 con l’obiettivo di salvare la squadra dalla retrocessione. Nel 1967 conquista il titolo argentino metropolitano battendo in finale il Racing, di lì a poco campione dell’America Latina e vincitore dell’Intercontinentale. L’Estudiantes partecipa alla Libertadores grazie al secondo posto, dietro l’Indipendiente, nel campionato nacional sempre del ’67 – è la prima volta in cui in Argentina si giocano due tornei nazionali in un anno. Nel massimo trofeo del Sudamerica sconfigge di nuovo il Racing, in semifinale, e poi i brasiliani del Palmeiras in finale. È necessaria una terza partita per assegnare il titolo, giocata a Montevideo e vinta due a zero dagli argentini.

I tifosi dell’Estudiantes sono storicamente definiti pincharratas, cioè seziona topi, in quanto la società fu fondata da studenti di medicina. Tra l’altro, Bilardo e Manero sono dottori in medicina. L’Estudiantes diventerà il simbolo dell’Argentina di Ongania, capo della giunta militare che governa il Paese e che ha versato nelle casse dei club calcistici una discreta liquidità, al fine di coprire le loro ingenti perdite. L’Estudiantes passerà alla storia però anche come sinonimo di scorrettezze, di violenze, forse oltre le proprie colpe. Leggende e verità si mischiano. Si narra di provocazioni studiate a tavolino, di tentativi di irritare gli avversari e colpirli nei punti deboli, fisici o morali, di spilli nascosti, e via dicendo. Che piacciano o meno, contenderanno ad un’europea il titolo di squadra più forte del mondo per tre anni consecutivi.

Il Manchester United di Matt Busby è anch’esso una formazione passata alla storia. Reduce dalla tragedia area di Monaco di Baviera che nel 1958 ha decimato la squadra, dieci anni dopo conquista il titolo di campione d’Europa, a Wembley, battendo in finale il Benfica. È la squadra dei tre palloni d’oro: Bobby Charlton, regista, cuore e mente del Manchester United; Denis Law, attaccante centrale; George Best, prodigiosa ala destra ai suoi massimi nel ’68, personaggio che ha segnato un’epoca.

La stagione 1968/69 mostra però per i Red Devils i tratti della fine di un ciclo. Raggiungono la semifinale di Coppa Campioni, sconfitti dal Milan in due combattute partite, ma sono solamente undicesimi in campionato. Impiegheranno molti anni per tornare ai livelli di eccellenza raggiunti dai Busby babes. Qui sotto la formazione tipo:

BOTTE A BAIRES…

Stiles e Charlton erano in campo nel quarto di finale mondiale tra Inghilterra ed Argentina, nel 1966. Gli argentini non hanno un bel ricordo di quell’incontro. Nei giorni che precedono la partita di andata, in programma allo stadio La Bombonera di Buenos Aires, i giornali locali riprendono un’intervista rilasciata dall’allenatore del Benfica e accusano Stiles di slealtà e gioco violento. Il 25 settembre 1968 è il giorno dell’incontro. Il clima è teso, ci sono circa duemila poliziotti allo stadio. L’Estudiantes imposta una partita offensiva e vince per uno a zero. Segna Corigliano, di testa, su corner battuto da Ribaudo. Ma non mancano gli episodi di contorno.

Stiles, il rude ma efficace centrocampista inglese, soffre il clima creato attorno al suo nome ed è preso di mira dagli avversari.  Riceve diversi colpi, pure una testata e sostiene di vedere doppio per tutto l’incontro Al minuto settantanove è proprio Stiles, però, a dover lasciare il campo, espulso per aver mandato a quel paese un guardalinee.

A fine partita gli inglesi accuseranno Pachame, Bilardo e Conigliaro di gioco violento. I tre palloni d’oro escono dall’incontro malconci: a Law strappano dei capelli, Best prende un pugno nello stomaco, Charlton invece rimedia dei punti di sutura, su una gamba. Ad un certo punto, Bilardo tira un calcio a Best; l’attaccante nordirlandese raccoglie platealmente il pallone con le mani e lo porta la suo avversario, quasi a dirgli “Tieni la palla e va’ a cagare“. Come da ragazzini ai giardinetti.

Dirà Best:

Mi sono disinteressato di almeno la metà dei palloni, preoccupandomi invece soltanto di restare fuori dalla mischia. Non saremmo mai dovuti venire qui, è stato ridicolo.

…E BOTTE A MANCHESTER

All’ingresso in campo all’Old Trafford, il 16 ottobre 1968, i tifosi urlano “Animals!” verso i giocatori argentini. Per la prima volta nella sfida per la Coppa Intercontinentale si conteranno i gol. Pertanto, nella gara di ritorno, al Manchester United serve una vittoria con due gol di scarto per vincere il trofeo. In caso di vittoria degli inglesi con un gol di scarto, partita di spareggio, già in programma ad Amsterdam. Ma non ci sarà bisogno.

Già al settimo del primo tempo l’Estudiantes va sorprendentemente in vantaggio. Ancora calcio fermo, ancora colpo di testa, questa volta di Veron. Si mette in salita per lo United. Best scocca un gran tiro da fuori che esce di poco. Poi iniziano le botte, as usual. C’è un fallo di Medina su Kidd, il quale viene nuovamente colpito quando è già a terra. Best rincorre l’argentino per il campo. Law è ferito dopo uno scontro con Poletti e deve essere sostituito.

Giocatori dell'Estudiantes in festa - fonte fourfourtwo.com

Giocatori dell’Estudiantes in festa – fonte fourfourtwo.com

Nella ripresa il Manchester United attacca invano per lunghi tratti. L’Estudiantes si copre. Sul finire dell’incontro Best e Medina regolano i propri conti prendendosi a pugni. Sono espulsi, ma cercano di darsele anche all’uscita dal campo. Un guardalinee spintona fuori Medina e sull’argentino piove di tutto. Gli europei pareggiano ad un minuto dal termine. Poco dopo infilano addirittura il gol del vantaggio, ma non vale: l’arbitro ha già fischiato la fine da alcuni secondi.

Quindi, contro tutti i pronostici, l’Estudiantes prevale sul blasonato Manchester United e conquista il titolo mondiale per club. I sudamericani festeggiano sul terreno di gioco, bersagliati dalle monetine dei tifosi avversari. Alla fine c’è un giocatore del Manchester United, forse il portiere, che corre verso gli spogliatoi. Incrocia un giocatore dell’Estudiantes proprio in mezzo al campo, rallenta, gli affibbia un manrovescio dritto in faccia, poi prosegue. Evidentemente non l’ha presa bene.

Tabellini.

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