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Le partite drammatiche della storia del calcio: Triestina – Udinese

8 febbraio 1984, ottavi di Coppa Italia, Triestina Udinese. Per molti appassionati, potrebbe sembrare una partita di calcio come tante, di cui magari a nessuno interessa il risultato finale. Per i tifosi di calcio del Nord Est italiano invece, l’8 febbraio 1984 è una data indelebile, di quelle che si ricordano sempre negli anni a venire. Ed è un boccone a tutt’oggi molto difficile da digerire.

Antefatto

Il campanilismo, ovverosia il tipico prodotto nazionalpopolare esportabile in qualsiasi realtà del Bel Paese.

La rivalità tra friulani e triestini va ben oltre questo malsana abitudine nell’odiare l’erba del vicino. Da una parte, Trieste: città adagiata dolcemente sul mare, dove inettitudine e pigrizia convivono con un’illusoria e allegra nostalgia dei bei tempi andati.  Dall’altra, Udine: tipica realtà produttiva del Triveneto che funziona, dove sacrificio e dedizione al lavoro portano allo sviluppo del territorio. In sintesi, Trieste ama vivere nel passato, Udine nel futuro. Trieste è caciarona e spensierata verso l’abisso di una città sempre più anziana e senza prospettive, Udine è seria e laboriosa, forse un pizzico noiosa. Il friulano è quadrato, il triestino adora correre al mare al primo sole.

Da qui, da questo veloce paragone, in realtà non esaustivo e forse un po’ semplicistico, nasce la totale incomprensione tra le due razze, costrette a convivere a pochi chilometri di distanza. Mettiamoci gli anni 80, gli stadi pieni senza calcio alla TV; aggiungiamo un tifo all’epoca calorosissimo, popolare e iperpoliticizzato. Poco importa che gli ultras friulani e triestini abbiano la stessa provenienza politica: entrambe le tifoserie si dichiarano di estrema destra ma non comunicheranno mai, anzi si odieranno sempre, di un odio sordo e duraturo. Tuttora, seppure assai annacquato da una passione calcistica sempre meno sentita come fenomeno di massa, il reciproco fastidio e una certa incomprensione sotto sotto rimangono inalterate.

Il derby

Zico - Fonte l'altrocalcio.blogspot.com

Zico – Fonte l’altrocalcio.blogspot.com

Triestina e Udinese hanno sempre avuto poche occasioni d’incontrarsi. Solo 14 partite in serie A: se fino agli anni ’60 è il capoluogo giuliano a vantare la supremazia calcistica regionale, poi spetterà ai friulani. Ma nel 1984 il destino ci mette lo zampino. Coppa Italia: la Triestina, tornata da poco in serie B trascinata dal suo bomber Franco De Falco, vince il suo girone superando la Cremonese per migliore differenza reti.

Franco De Falcio - fonte unionetriestina.it

Franco De Falcio – fonte unionetriestina.it

L’Udinese fa altrettanto, regolando in volata il Varese. L’incrocio è da brividi. Triestina Udinese agli ottavi, con andata a Trieste. La Triestina dicevamo poc’anzi veleggia in serie B, mentre l’Udinese è quella di Zico, per intenderci.

Non ci dovrebbe essere storia, ma ovviamente l’incontro principale si giocherà fuori dal rettangolo verde.

 

 

La partita

Quel pomeriggio al Grezar-Fonte casualmente,forumcommunity.net

Quel pomeriggio al Grezar-Fonte casualmente.forumcommunity.net

Già in mattinata, i tifosi friulani arrivano in massa a Trieste in treno, in pullman e in auto. La polizia non è del tutto preparata a un evento simile: nel centro cittadino gli udinesi più scalmanati riescono a scendere dai pullman, fracassando alcune auto targate Trieste, e risalgono, per lo più impuniti. Il centro città lascia fare, ma lo stadio è in periferia: Valmaura e Servola sono quartieri tosti. Al passaggio dei pullman dalle finestre dei palazzi pioverà di tutto, bicchieri, piatti e chi più ne ha più ne metta. Successivamente, nell’immediato prepartita, i focolai di violenza si propagano fuori dallo stadio e nelle strade adiacenti.

La partita è carica di tensione, il glorioso stadio Grezar è una bolgia e in pratica non si gioca a calcio. 0 a 0, pochi tiri in porta e pochissime emozioni. Alcune volte la polizia deve intervenire per lanci di petardi tra le due tifoserie, ma tutto sommato va meglio del previsto.

Post partita

La partita vera, come dicevamo, si gioca tutta al di fuori dal manto erboso. I tifosi triestini aspettano i rivali all’esterno, circondando la curva degli ospiti. La polizia cerca invano di non far venire a contatto le due tifoserie. Ne nasce un pomeriggio di guerra civile, sassaiole e sprangate: i celerini rispondono con un fitto lancio di lacrimogeni e distribuiscono manganellate a destra e a manca. Con la forza e solo dopo parecchie cariche, i friulani più esagitati vengono fatti risalire sugli autobus e spediti verso Udine.

Sembrerebbe tutto finito ma ci sono ancora quelli in auto; le macchine in transito vengono prese d’assalto da piccoli gruppi di ultras alabardati, alcune vengono fermate e rovesciate nel bel mezzo della strada.

E proprio quella strada attraverserà un tifoso giuliano. Stefano Furlan è un ragazzo di 20 anni, tifosissimo della Triestina; ha seguito gli scontri da vicino, come ogni ragazzo guarda curioso il carnevale della violenza davanti ai suoi occhi. Ma non interviene attivamente, perché Stefano si è sempre apertamente professato come ragazzo pacifico.

Stefano Furlan - Fonte dallapartedeltorto.tk

Stefano Furlan – Fonte dallapartedeltorto.tk

Anzi, a un certo punto si stufa e avverte gli amici che va a trovare la madre, che sa preoccupata e in ansia per la partita. Attraversa la strada e si dirige verso Via dei Macelli, per recuperare la vettura: passa vicino agli scontri e quella sarà l’ultima volta che gli amici lo vedranno. Ed è da questa ultima immagine, da un ragazzo che sciarpa al collo si dirige verso casa che (come spesso accade in questi casi) partiranno le varie versioni di quanto accaduto.

Noi non vogliamo seguire scie retoriche, né pensiamo che un articolo di storia calcistica debba sottintendere pareri dei singoli o congetture; ci atteniamo ai fatti nudi e crudi per come sono stati ricostruiti dalle indagini. Stefano viene fermato da alcuni poliziotti e secondo alcuni testimoni oculari diventa oggetto di un’aggressione selvaggia da parte di tre celerini; due lo tengono e uno lo manganella ripetutamente. Stefano non oppone alcuna resistenza: tre ragazze affermano con certezza di aver visto uno dei tre agenti sbattere la testa del ragazzo più volte contro un muretto. Successivamente, Furlan viene portato in questura e rilasciato in serata. Il 9 febbraio Stefano accusa forti dolori alla testa. La madre lo porta di corsa all’ospedale: frattura dell’osso temporale e operazione d’urgenza. Muore giovedì 1 marzo 1984 dopo 19 giorni di coma.

La magistratura italiana condanna nel 1985 l’agente protagonista del pestaggio a 1 anno di reclusione per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. La curva dei tifosi triestini del nuovo stadio Nereo Rocco inaugurato nel 1992 porterà il suo nome. La madre Renata Furlan, con una sensibilità che probabilmente può appartenere solo a una madre, in un’intervista del 1990 dichiarerà:

Lo so che allo stadio c’è sempre un lungo striscione con il nome del mio Stefano. Se però i suoi amici vogliono ricordarlo veramente vadano allo stadio solo per divertirsi e non per compiere atti di violenza. Io dico solo una cosa, che non si può morire di sport.

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2 commenti
  1. Purtroppo, l’odio tra il friulano e il giuliano va molto piu’ lontano, e’ un misto di odio e amicizia in tutti i tempi difficili uno ha avuto bisogno dell’altro, nella prima guerra mondiale si sono trovati in campo avverso friulani fedeli al regno d’italia e giuliani giustamente fedeli agli Asburgo che gli avevano dato tutto, industrie, cultura e benessere, quando alla fine del conflitto sono venuti all’italia, hanno lasciato una parte del loro cuore agli asburgo

    • grazie manolo,
      il campanilismo è un tipico prodotto italiano non esportabile in altri paesi. Sicuramente il campanilismo di confine poi è esacerbato dalla Storia, e ora più che odio o ricordi legati al passato rimane un’incomprensione di fondo sui stili di vita reciproci.

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